<!– Viva España –>

A cena con cinque sconosciuti. Per la precisione: cinque persone, di cui una quasi sconosciuta (semi-conosciuta su Internet) e quattro mai viste né sentite prima.

Compagnia gradevole. Gli sprazzi più interessanti se li sono divisi: F., che sebbene giovinetto, già mostra di pensare; N., che un po’ meno giovinetto e con un lavoro rispettabile mostra di saper campare; un’anonima ma assai graziosa cameriera che ha allietato i miei momenti di stanca con fantasie sfrenate in cui si trasformava in un’assatanata mangiatrice di uomini. La mia semiconoscenza di rete ha monopolizzato la serata con fare simpaticamente accentratore, confermando in real life il carattere che mostra online.

Il locale era un ristorante spagnolo, in cui di spagnolo c’era la lingua del menu (che a me è sembrata castigliano corretto) e il produttore del vino – etichettato però in italiano da un importatore zelante.

La paella era insincera. Poco o punto zafferano: la curcuma è molto più conveniente. Niente pollo: agli italiani sicuramente non piace. Niente fagioli o altre verdure, tranne una solitaria striscia di peperone rosso. Pochissime cozze. In compenso, vongole a profusione – sembrava riso con le vongole più che paella. E poi non era ripassata al forno, quindi non abbastanza asciutta. Conto non esoso ma probabilmente comunque taroccato e completamente opaco: un numero scritto su un pezzo di carta quadrettata, senza neanche un accenno di voci distinte. Se non mi fossi accollato l’onere di fare il rompipalle che pretende la ricevuta, l’avrebbero fatta franca anche col fisco. Vaffanculo.

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