<!– Lettere intime –>

Oggi mi sono dedicato a Janáček. Janáček era ceco, ma non
nel senso in cui Beethoven era quasi sardo.

Ho scoperto e amato la sua Missa Glagolitica da ragazzino. Fra
le sue composizioni, la mia preferita oggi è un pezzo di musica da
camera – il quartetto d’archi n. 2, conosciuto come Lettere
intime
. È musica moderna; se ci si aspettano melodie cantabili da
film, si rimarrà delusi. Ciò non toglie che questa musica sia ancora
tonale, almeno in senso lato (tradotto: niente plin-plon
incomprensibili; questa è ancora musica). E poi in fondo questo
quartetto è comparso in qualche film – in particolare, almeno ne
L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Gli ascolti analitici – quelli del sabato pomeriggio – devono essere
multipli: la prima volta godo senza capire, mentre i collegamenti e le
relazioni strutturali vengono fuori soltanto con gli ascolti successivi.

Il pezzo dura quasi una mezzorata; gli ho dedicato un’oretta, ascoltandolo in due versioni: una del quartetto Talich, con più “palle”, nitida e focosa, e una del quartetto Hagen, per me meno affascinante.

E però già dal primo ascolto emergono un sacco di cose (vabbè, io il
pezzo lo conosco già). Il primo movimento – forse il più toccante –
presenta le due idee una dopo l’altra, in sfacciata e inizialmente
arbitraria successione e contrapposizione. Naturalmente man mano che le
idee vengono sviluppate, rivoltate, approfondite, mostrate ora da un
lato ora dall’altro, ci affezioniamo a loro e ne iniziamo a vedere non
dico la somiglianza, ma perlomeno l’affinità.

Fra i passaggi più memorabili: il tema iniziale del primo movimento,
ripreso ad arco nel finale; il terzo movimento verso la metà, con una
melodia plateale ed emozionante (ebbene sì, ho mentito – c’è anche
questo) suonata un po’ alla Frankenstein Junior; i momenti
saltellanti del quarto movimento, con accompagnamento d’archetto o
pizzicato; i numerosi cambi di metro sparsi qua e là, eseguiti senza
melensi e fastidiosi rubati dai quattro Talich; ma soprattutto la
costruzione coerente dell’insieme, che nelle mani di un compositore meno
disciplinato (penso a Gershwin) avrebbe potuto produrre un incedere
affascinante sì, ma vagolante e Browniano (nel senso del moto).

Per il musicofilo che rifugge da spiegazioni complicate, una prova di
quanto sia solido strutturalmente questo quartetto d’archi può essere la
seguente: ascoltando ogni movimento – tutti e quattro ricchi di pause,
cesure e riprese – quando arriva il finale, non si sente forse netto il
senso di conclusione con quella sensazione di “ah, ora sì è
davvero finito!” che lascia sazi e soddisfatti?

Per il gossipofilo che rifugge dalla musica che non passa su MTV, un motivo per interessarsi a questo pezzo è che Janáček l’ha scritto sbavando per una giovane donna sposata che per quanto ne sappiamo non glie l’ha mai data. Leóš, che doveva essere un gran signore, invece di incoraggiarla a progredire o scriverle un bel pezzetto di tre minuti come avrei fatto io, si è messo a perdere degli anni per produrre un capolavoro di 25-26 minuti senza manco avergliela annusata. Hey Leóš, alla prox fammi un colpo di telefono: tu mi dai un paio di lezioncine di composizione e io ti faccio conoscere qualche amica che non fa tante storie!

Questa è grande musica. Ho letto da qualche parte che “è uno dei
pezzi che può cambiarti la vita”. La mia non l’ha esattamente cambiata,
ma l’ha resa parecchio migliore.

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