<!– Grappoletti di sfiga –>

Io l’odorino di sfiga l’avevo sentito già da ieri. Niente di letale
per fortuna; giusto una serie di schicchere nei maroni tanto per rendere
la vita un po’ più interessante.

Antipasto: le mie aspiranti amanti (aspirazione mia, intendo) che non
si fanno sentire. Già questo è sufficiente per innescare un movimento
elicoidale dei cabasisi. Ma più che dolore, è ancora un disagio
gestibile. On n’est qu’à l’hors-d’oeuvre, m’sieur.

Primo piatto: la Divorziata Mitica (DM) che scompare prima
d’apparire. Il momento clou della giornata si sgonfia come un soufflé.
Chi è la DM? Un’amica trentaduenne di un mio amico quattordicenne, che
per prima cosa me la descrive come l’incarnazione di tutti i miei sogni
(trentadue portati bene, divorziata ora single, niente figli, aspetto
fisico 8.5/10, vive in un paesino abbastanza remoto da non poter
interferire con alcuna delle mie attività); come secondo atto aggiunge
che tutti i giovedì la incontra all’uscita dal tennis perché lei fa
palestra lì; come impegno conclusivo acconsente a farsi riaccompagnare a
casa dopo il tennis. Da me. Che incontrerò casualmente la DM. Che sarà
turbata dal mio indubbio fascino. Yeah, dream on. Viene fuori che da un
paio di settimane la DM si è messa con uno e non va più in palestra di
giovedì. E che quello stronzetto del mio amico quattordicenne (amico?
pfui!) non mi ha detto niente perché se n’è dimenticato, preso dalle sue
cazzate esistenziali quattordicenniche. Se non c’era il telefono azzurro
lo facevo a pezzetti e poi gli davo una sbollentata per conservarlo
meglio in freezer. Rebecca ha tanto bisogno di proteine.

Secondo piatto (a proposito di proteine): Rebecca. Ieri notte l’ho
sentita che faceva quella voce orribile da gattaccia di strada. Ma come,
dico io, hai partorito neanche due mesi fa! Ti è finita la prolattina?
Eccheccazz. Quando sono tornato a casa stanotte, lei non ha risposto al
mio richiamo. Uh-uh, brutto segno. Dopo qualche ricerca, da un cespuglio
viene fuori un bel gattone. Maschio. Mi guarda con tranquillità. Mi dice
“Mi dispiace amico, ‘a natura è natura.
Comunque ‘a gatta tua è propio bbona!”

e si allontana con dignità, lentamente. Io sono basito e soprattutto
disarmato: avessi un bicchiere pieno d’acqua, gli raffredderei i
bollenti spiriti a sto stronzetto. Chiamo di nuovo: Rebeccaaaa! Dal
cespuglio viene fuori un altro gatto, più grosso e più cafone del primo.
“Guagliù, venite a vedè nu fesso! Oilloco
l’ommo ‘e Rebecca! Hahaha!”
e rivolto a me:
“chella, Rebecca, nun è na gatta: è nu sorece,
anzi, è propio na zoccola! Ahahaha!! Ci’a simma fatta tutti quanti!
Ahahaha!!”.
Al suono di queste gattesche parole, viene fuori dal
cespuglio il terzo e ultimo gangbanger, un rosso smilzo e spelacchiato
(Oh, no! Rebecca, quanto sei caduta in basso! Come hai potuto farmi
questo?)
che per fortuna scappa via lesto senza girare il coltello
nella piaga.

Contorno a questa bella giornata: lo stereo della macchina è morto
senza neanche dire “ciao”. Che bello, non sarò più costretto a sorbirmi
Bartók, Tom Waits o quella fastidiosa radio con tutte le notizie di
politica che mi fanno attorcigliare i bartolomei su se stessi.

Ed eccoci alla frutta. Domani sono a cena con amici, tutti
accoppiati, e non ho alcuna voglia di presentarmi da solo. Contavo su
Sara per un po’ di supporto amichevole, ma l’SMS notturno mi dice che ha
un convegno e non può.

Dolce, caffè, amaro? Il signore desidera qualcosa per concludere?
Mhh, meglio di no, grazie. Sono sazio.

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