<!– Microfoni e macumbe –>

Ieri essendo un club c’erano molti più turisti, di cui diversi stranieri; oggi invece non era un locale: abbiamo suonato in un parco all’aperto e c’era quasi solo gente del luogo.

Nell’intervallo di tempo fra soundcheck e concerto stavamo cenando in un ristorantino indicatoci dall’organizzazione. Avevamo finito e chiacchieravamo fra di noi, quando da un bar accanto al ristorante viene fuori una tipa vestita di nero, con un grembiule da barman e la faccia da mignotta angelica. Per chi non sa com’è una faccia da mignotta angelica, sembra un angelo ma si capisce che è un po’ mignotta. Da quando è venuta fuori ho iniziato a guardarla sorridendo, con desiderio credo evidente. Non le ho staccato un momento gli occhi di dosso, anche mentre continuavo a parlare con il sassofonista, il quale a un certo punto non credeva più che stessi parlando con lui. Non abbiamo potuto provare tutti gli arrangiamenti, e il sassofonista in particolare ha ricevuto gli ultimi pdf soltanto l’altroieri. Avevo le carte in mano e cantavo sottovoce facendo gesti con le mani mentre lui cantava insieme a me battendo le mani a tempo.

La tipa è rientrata nel bar dopo aver ricambiato il mio sguardo. Sembravo terribilmente impegnato, e infatti lo ero, ma intanto guardavo lei. E lei mi ha guardato. Ed è rientrata nel bar.

Dopo neanche un minuto è uscita di nuovo. Stavolta puntava proprio me. Ha sorriso, anche, quasi incredula che ancora la guardassi. Il mio sorriso si è fatto più caloroso. Avrei voluto alzarmi e andare da lei e dirle qualcosa. Qualsiasi cosa, giusto per sentire che voce aveva. Io stavo ancora facendo la simulazione con il sassofonista e non ho avuto la presenza di spirito (o le palle) di dire “scusami un attimo” e fiondarmi dalla tipa. Tanto il tempo c’è, pensavo. Mi vado a prendere un caffè e attacco discorso.

Intanto è arrivato quello del service, tutto contento che un amico gli aveva appena portato una coppia di microfoni stereo (matched pair) e per il piano erano fantastici e la rava e la fava. “Facciamo un check veloce, almeno il piano, perlomeno sistemo i gain e l’eq, poi ti aggiusto i livelli appena arrivano gli altri”. La tipa è rientrata la seconda volta nel bar, come se avesse avuto le antenne. “No, senti, ora stiamo mangiando, vai tu che poi ti raggiungo.” In realtà avevamo finito e si vedeva. Il direttore artistico inizia a sfracellare i cabasisi che tanto fra poco incominciamo, gente dentro non ce n’è, si può fare un check veloce e insomma i discorsi da rompipalle che se lui ne capisce di microfoni io mi chiamo Ermenegildo. Lui però rappresenta la committenza, e il resto della band capisce che sto per tirare giù un capriccio galattico e si spaventa. E io penso che sono proprio un fesso, magari me lo sono sognato, la tipa non mi caca neanche di striscio e bisogna essere pazienti e professionali, e fanculo la tipa che tanto poi sicuramente puzza, è piena di cellulite, è stronza e non potrà mai funzionare, e insomma tutti i discorsi della volpe e dell’uva.

Mentre faccio per alzarmi, la tipa esce per la terza volta dal bar. Stavolta fa finta di voler andare ad affacciarsi sul balcone panoramico, quindi passa proprio vicino al nostro tavolo. Si guarda un po’ intorno evitando di posare lo sguardo su di me. Fa un giro su se stessa, riprende la direzione del bar e incrocia di nuovo il mio sguardo, indugiando senza fretta. Io dico a voce alta: “allora torniamo subito!” e mi avvio verso il mio triste e inutile destino.

Torniamo al palco, facciamo sto cazzo di check finale con i microfoni nuovi, ne approfittiamo per provare quel pezzo che avevamo cantato al ristorante. Ora aprono, la gente entra. C’è il tempo per un caffè prima d’iniziare, no? E m’affretto.

La scoperta è amara come un caffè troppo tostato. E senza zucchero aggiunto. Il bar non era un bar. Era un negozio di vini e nonsocosa. Il che sarebbe andato ancora bene, tranne che aveva chiuso proprio in quei 20 o 30 minuti. La tipa, che doveva essere un sommelier, non è venuta al concerto; non credo, almeno. Non saprò mai come si chiama, che odore ha, se veramente è una mignotta angelica, se è piena di cellulite o è tutta soda e compatta, se le piacciono i vini che piacciono a me. Non aprirà mai la bottiglia giusta mentre guardiamo un film abbracciati dopo una scopata da urlo. Another one down the drain. Mi sa che qualcuno mi ha fatto una macumba.

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