<!– Il mondo di Claudette –>

Claudette abita in una città con più di due milioni di
abitanti, ai margini di un’altra città ancora più grande. Vive da sola
con un gatto che si chiama Tigre. Tigre è l’unico destinatario
dell’affetto di Claudette, quindi è un po’ sovrappeso.

Claudette ama il caffè e fuma sigarette al mentolo. Beve poco: una
birra in frigo ogni tanto. Un paio di settimane fa voleva provare il
vino, ma non si ricordava i nomi che le avevo suggerito, così è uscita dal negozio con una bottiglia di spumante dolce. “È italiano”, diceva tutta contenta.

A volte sospetto che a Claudette abbiano rubato la vita senza che se ne accorgesse, catapultandola nella vita di un’altra. Lei ha un’anima d’artista ma ha sempre fatto lavori precari da tecnico. Forse proprio questa è la cosa che le pesa di più della sua vita, più ancora della soffocante solitudine fatta di antiche amiche del liceo, lontane, sposate o come lei stritolate dall’ingranaggio della
sopravvivenza quotidiana a pochi chilometri di distanza; più dell’uomo
che non ha e che ormai forse non cerca neanche più.

È brava a fare fotografie; sa disegnare; ama la musica; ha gusti
personali e raffinati e mi ha fatto scoprire musicisti e suoni che non
conoscevo. Ha seguito un corso per avvicinarsi a uno strumento
misterioso e difficile da domare. Un’ora e mezza in treno, poi il corso,
poi un’altra ora e mezza e finalmente a casa, a raccontarmi via msn
com’era andata. Non ha potuto continuare perché non ha il tempo né i
soldi: questi corsi sono cari. In compenso ha finito di pagare lo
strumento.

Ora sta studiando da web designer; è un altro salasso, ma forse le
farà trovare un lavoro meno noioso di quello che ha oggi. Ha avuto un
esame l’altro giorno e l’unica persona a cui dire com’era andata ero io:
uno che lei non ha mai visto, a migliaia di chilometri da lei. Non ha nessun altro che le dica parole gentili: Tigre non parla.

Se vuole chiacchierare con qualcuno, Claudette mi chiama su MSN.
Discutiamo di musica e ci scambiamo antologie legate a un filo
conduttore; sorridiamo insieme parlando dei gatti che vivono con noi (ma
il povero Tigre, a cui manca un pezzetto o due, non saprebbe cosa
farsene di Rebecca, che invece è una vera femmina); lei mi racconta i
film che le sono piaciuti, perlopiù commedie sentimentali europee.
Parliamo anche di sentimenti e d’amore: io le racconto un po’ di me,
omettendo magari i dettagli più scabrosi; lei non ha molto da raccontare
e quando ogni tanto mi dice “Saturday I’ve got a date”, mi preparo ad
offrirle la spalla su cui appoggiarsi la domenica mattina.

Claudette ha trent’anni, ma non è ancora una donna adulta; forse non
lo sarà mai. Per tanti versi sembra una bambina: mi fa tenerezza in modo
a volte doloroso. Temo che un giorno si svegli e guardandosi allo
specchio si renda conto di non essere più giovane. Sarà la fine dell’era
del sogno e l’inizio del buio dopo il grigio. Da adolescente a vecchia
senza passare per il “via”. Spero di no, Claudette.

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