<!– Parvin l’eretica –>

Ho incontrato Parvin in un paese che non era né il suo, né il mio. Per quello che ne so, è diventato ormai il suo paese. All’epoca invece era appena arrivata. Era inverno, faceva freddo e nevicava anche in riva al mare. Ero entrato in un negozio di falafel per comprare un po’ di hummus e c’era questa ragazza dall’aria mediorentale, carina, preoccupata, che parlava con il negoziante in una lingua che non riconoscevo. Il negoziante rispondeva in inglese e in arabo (suppongo). L’inglese di Parvin era ancora zoppicante e il suo arabo sembrava ancora peggio, così m’intromisi con l’idea di dare una mano alla donzella e magari più tardi anche una botta.

Appresi che Parvin era scappata dal suo paese. Non che fosse povera o disoccupata: aveva un lavoro di alto profilo che le dava da vivere. Faceva (e fa ancora) la fotografa. I suoi problemi erano diversi: una certa fissazione su questioni come la parità e l’indipendenza femminili, una certa rumorosità nel pubblicare e scrivere su certa stampa moderna e blasfema, e soprattutto il fatto di essere una donna. Una donna non fa queste cose in Iran, né oggi né all’epoca di Khatami.

Ogni tanto leggo di lei sul web. È una persona importante, ex icona di una certa fetta di società che si ribella alla teocrazia (ricordiamo però che l’Iran è una democrazia, nel senso che almeno i presidenti sono regolarmente eletti e a gran parte della gente va bene così) che ancora oggi tira qualche zampata con risonanze internazionali. Ci siamo scritti qualche email, ma il suo vecchio indirizzo ormai non funziona più. Era su yahoo.com, probabilmente il provider più spione di tutti. Era della forma dalighieri@yahoo.com; il governo iraniano l’avrà beccato immediatamente.

L’ho accompagnata al commissariato per denunciare lo smarrimento. L’ho aiutata con i dialoghi (lei parlava un francese dignitoso, ma i poliziotti no). Ho imparato (e dimenticato) a contare da 1 a 10 in farsi. Siamo stati insieme dal nostro incontro fino a notte inoltrata. A un certo punto, saranno state le quattro di pomeriggio, stava facendo buio e lei propose di farci una fotografia. Le macchine digitali non erano ancora tanto diffuse, e lei aveva una Minolta manuale senza flash. Non c’era molta luce per scattare una foto ma lei, professionista, mi condusse sull’orlo di uno spiazzo ghiacciato. "Il riflesso del ghiaccio dovrebbe bastare per una posa lunga" disse, appoggiando l’apparecchio su di un paletto.

Ci siamo detti addio con un bacio, lunghissimo e tenero, sotto un lampione. Proprio come in un film, non l’ho mai più vista.

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