<!– The F-word –>

Non amo questa parola. Anzi, la mite litote dell’incipit è inadeguata: detesto questa parola. Le sue inquietanti implicazioni premartirimoniali, il suo disgustoso sapore appiccicaticcio, l’odore di cavolo stufato dell’altroieri, la bolsa rispettabilità decente e tronfia che trasuda inutilità e noia mi danno il voltastomaco.

Mi riferisco a quel turpe aborto linguistico che incomincia per F e continua con varie lettere fra cui Z ed N, che alcuni sciagurati usano per indicare una relazione non ancora precipitata in un martirimonio, ma che spesso minaccia di farlo.

Non riesco neanche a scriverla, questa parola; figuriamoci dirla. La lingua mi si arravoglia, la glottide s’inzerra e le labbra arruciuléano. Per questo, quando mi è necessario esprimere tale infausto concetto (riferito ad altri, ovviamente), ho difficoltà inaudite a farmi comprendere e utilizzo espressioni per me meno sgradevoli, come “恋人“. Purtroppo tali espressioni non sono sempre facilmente comprensibili, quindi sto considerando l’idea di adottare la lettera F, isolata nella sua lurida iconicità: i due rebbi protesi a destra come tenaglie pronte a ghermire; l’asta verticale, rigida e ridicola, che palesa l’assenza d’ogni umano sentire… oddio, è troppo; non ce la faccio a pensarci. Devo fermarmi.

Anche Inglesi e Americani hanno fra i loro tabù una (o meglio LA) “F-word”, di cui è interdetto l’uso in consessi civili. Four-letter words, le chiamano. In italiano una parola-F, anche lei quadriletterale, sortisce effetti simili sull’uditorio civilizzato. Un esempio di parola-F nostrana in azione: “Questa è la mia F,” disse lei. “Ammazza che F!” rispose lui. Questa parola-F mi piace di più di quell’altra. Un esempio di quell’altra: “Mamma, Papà, questa è la mia F, Ersilia.”, disse lui. Mica fa lo stesso effetto? Ecco.

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