<!– Apologia del caffè –>

Non posso stare senza caffè. Lo adoro in quasi tutte le sue forme.

L’espresso napoletano del bar, concentrato e zuccheroso, così denso che si
rifiuta di scollarsi dalla tazzina, è per me l’equivalente di un cioccolatino;
un piccolo cioccolatino, viste le quantità di liquido in gioco. Il
problema è che non sembra neanche di aver bevuto: è come se la quintessenza
dell’aroma s’appiccicasse al palato per pura magia, lasciando la lingua tinta
ma l’esofago vuoto. Caffeina: quasi zero, nonostante le apparenze.

Il caffè lungo del bar è quello che ottieni nel resto del mondo se chiedi un
“espresso ristretto”. Per ottenerlo a Napoli, invece, devi inscenare un piccolo
rito. Prima ordini “un caffè molto lungo”. Il barista passa l’ordine
all’addetto, e in un gioco di telegrafo senza fili, diventa “un caffè, nu poco
lungo.” Allora tu intervieni: “no, no: MOLTO lungo.” (La pausa qui è
importante.) “Lungo senza vergogna.” (ancora una pausa di 2/4) “voglio la
tazzina piena, grazie.” Facendo così, spesso si riesce a ottenere anche una
mezza tazzina di liquido. Il tipico barista napoletano si vergogna di fare il
caffè lungo. Sono tabù difficili da superare.

A proposito del caffè di bar a Napoli, quando ti servono il bicchiere d’acqua
di prammatica, è meglio bere prima l’acqua poi il caffè. In primis, è così che
dev’essere e basta. In secundis, se il barista se ne accorge si offende: “nun
v’ha piaciuto ‘o ccafè, ca v’avite sciacquà ‘a vocca?”

Il caffè turco (kahve) ha un aroma dolciastro che deriva soprattutto dalla
lunga bollitura. Devi specificare in anticipo quanto zucchero vuoi: molto,
giusto o niente. Infatti il caffè turco non si può zuccherare dopo che è stato
preparato, a meno che tu non sia disposto ad aspettare che i fondi si
depositino; il che implica che il caffè sarà ormai tiepido. E poi immagino che i
baristi turchi abbiano un tabù simile a quello dei baristi napoletani: portare
lo zucchero al tavolo? Mai. Anche in Grecia si può bere lo stesso tipo di caffè,
ma bisogna chiamarlo “caffè greco”, altrimenti s’incazzano di brutto. E i turchi
dicono che sono stati loro a inventare la moussaka e gli effeminati dall’altro
lato glie l’hanno rubata. Non corre buon sangue, no. Come il caffè e alcuni
piatti a base di melanzane, anche la fama di sodomiti è condivisa da entrambi i
lati del Mar Egeo. E meritatissima fra l’altro, almeno dal lato orientale. Ma
divago, come sempre.

Il caffè fatto col filtro, all’americana, è delizioso d’inverno. Una tazzona
di liquido scuro, non troppo aromatico, che scalda il cuore e accelera il
battito cardiaco: quasi come una scopata. Anche il tempo necessario per bere
tutta la tazza non si discolta molto dalla durata di una sveltina. Beh, ho detto
quasi. Si trova da Costa, da Nero, da Doutor Coffee o in qualunque altra
catena (compresa l’odiata marchioverde), quasi dappertutto ma non in Italia.

Un’alternativa al caffè americano è il caffè senza filtro fatto nella
macchinetta a stantuffo, quella che premi lo stantuffo e i fondi restano, beh,
in fondo. Però il caffè macinato che si trova normalmente da noi è un po’ troppo
scuro per questa preparazione: idealmente ci vorrebbe una varietà meno tostata e
con una macina un po’ più grossa.

Il caffè solubile è un palliativo; meglio di niente. Caffeina pura, con
pochissimo aroma. Caveat tachicardicus. Però il Nescafè frappè ghiacciato come
lo fanno sulle spiagge greche è un toccasana, anche quando viene preparato con
caffè di altre marche che non succhiano il sangue ai bambini africani; Douwie
Egbert, tanto per dirne una.

Il caffè decaffeinato non è caffè.

Il caffè di casa, fatto con la moka, è il mio preferito. Potrei prenderne anche
sei al giorno. Hm, in effetti ne prendo sei al giorno quando posso.
L’espresso del bar fatto in casa con la piccola Gaggia o Faema o altre macchinette
a vapore domestiche è una contraddizione in termini. Se è del bar non lo fai a casa.
Se lo fai a casa non è del bar. Non diciamo minchiate. Non è mai caldo abbastanza
e sa sempre di caffè finto. Per me la moka vince a mani basse.

Il caffè freddo come lo fanno (facevano?) a Napoli è una granita fatta in
casa: normale caffè caldo messo in freezer e frantumato con un rompighiaccio.
Delizia suprema. Oggi piano piano viene rimpiazzato da preparazioni industriali
dal nome truffaldino (caffè del nonno o simili), perché ha il gusto dell’omonima
coppa di gelato. Si ottiene mescolando acqua, latte e certe polverine magiche
che i bar comprano a quintalate e ponendo il tutto a mantecare. Sigh.

Il cappuccino meriterebbe un capitolo a parte; chi non lo adora? Il
cappuccino freddo che si può gustare in alcuni bar dalle mie parti è una
mostruosità di mezzo litro e 7800 calorie, ma resuscita un morto (purché non sia
morto per eccesso di caffè).

Shakerato, viennese, brasiliano, alla nocciola, con panna, corretto (anice
per me, grazie). O americanamente: moka, mokaccino, frappuccino, latte. Sì,
latte. Vaglielo a spiegare che latte significa milk. Mica ci credono. Contenti
loro… ordinassero pure “latte, please” a Catanzaro. Ben gli sta, HA!

Advertisements