<!– Sciacquatura di tazze! –>

Abito in un buon quartiere, con un mercatino aperto fino a sera tardi e un
supermercato che lavora 24 ore. C’è anche un netcafe comodamente situato proprio
sotto casa. La gente è cordiale qui: moltissimi mi salutano con un “ciao!” al
volo, con un cenno del capo o alzando rapidamente la mano. La fornaia, la
vecchietta con fragole e lamponi, i fruttivendoli che competono per la mia
attenzione “le mie pesche sono le più buone!”. Forse mi saluta più gente qui che
a casa mia.

Fra gli altri negozi, c’è un ristorantino turco dove a volte mangio qualcosa
di rapido e sostanzioso se non ho voglia o tempo di cucinare. Niente
chiacchiere: adana kebap piccantissimo, zuppa di yogurt e menta o di lenticchie,
süzme cremoso e acidulo, ayran tonificante, e il meraviglioso lavash appena
fatto: pane-pizza sottile ancora gonfio dell’aria calda che contiene – se non
fosse uno sproposito ne mangerei anche mezzo chilo. L’episodio, di qualche
giorno fa, riguarda il caffè; dopo un pasto quasi
frugale, lo ordino in lingua, cosa che il padrone
sembra apprezzare molto: orta şekerli kahve lütfen!

Sorprendentemente, mi portano un caffè totalmente inadeguato. “Sciacquatura di
tazze!”, inveirei indignato se sapessi il turco. Scelgo invece una strategia
obliqua. Chiamo l’oste, che ormai mi conosce come un buon cliente, e rinunciando
a impossibili conversazioni in lingue impenetrabili, gli dico in tono un po’ cerimonioso, con
un sorriso cordiale: “La yaila era buona come al solito, e sui lahmacun ho già
avuto modo di complimentarmi. Ma cos’è questo caffè?” E gli mostro il liquido
nella tazza, che appare trasparente all’occhio e sciapo al naso. Aggiungo la
frecciata finale: “sembra quasi caffè greco…” Il brav’uomo annuisce lentamente
e con un piccolo inchino porta via la tazzina. Dopo pochi minuti ne arriva
un’altra; finalmente è un caffè come Dio comanda – o un kahve come Allah
comanda. Nel conto non ce n’è traccia.

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