<!– Quindici minuti di celebrità –>

Mattina di un giorno infrasettimanale. Per la strada una tipa mi ferma. “Sei
Juanriccio, il pianista italiano, non è vero?”. Là per là mi chiedo dov’è che ci
siamo visti prima, poi realizzo: la TV. Devono aver trasmesso la registrazione. “Sì, sono io, piacere
di conoscerti… come ti chiami?”. La conversazione continua per un po’, ma lei
non ha argomenti interessanti. A parte i bei capelli biondi, è davvero ‘na mezza cosa. Non proprio ‘nu scunciglio, ma direi inappetibile. Peccato. Firmo
un autografo su uno scontrino di supermercato e saluto.

Venerdì sera. Pub, cena con i colleghi. C’è un quartetto jazz che suona;
conosco il pianista, giovane ma già piuttosto bravo. M’invita a suonare e mi
cede lo sgabello. È un piano verticale europeo che da giovane doveva essere una
bella utilitaria; oggi è ancora in condizioni decenti ma non permette acrobazie.
Suoniamo due-tre pezzi facili, di quelli arcinoti. Ormai è una settimana che non
tocco un piano vero: ho voglia di suonare, foss’anche Autumn Leaves. Il mio
divertimento contagia la ritmica. Vorrebbero farmi suonare ancora, ma via; basta
così. Un tavolo di sole donne occhieggia di brutto. La cameriera indugia quando
ci porta le birre. Me ne vado senza neanche un numero di telefono: non è il caso
di mostrarsi troppo furettone con i colleghi, sigh.

Sabato sera. Locale del centro. All’ingresso c’è Eliza; mi abbraccia e mi sorride. È proprio
carina stasera e glie lo dico, sorridendo. Ha una faccetta un po’ meno da bimba
e un po’ più da adolescente; è davvero cambiata così tanto in una sola
settimana, o è solo il modo in cui si veste? Stavolta non compro fiori. Le farò
un bel regalo a sorpresa prima di partire. All’interno trovo Janet, la finta entraîneuse. Non
mi saluta neanche, anche se sono sicuro che mi ha riconosciuto benissimo. Con
lei c’è Martin, il tedesco al quale ho detto d’essere spagnolo. Ci scambiamo un
cenno rapido di riconoscimento. Accanto a loro c’è un angelo del paradiso che mi
guarda e mi sorride. Bruna, un po’ scura, minuta. Un po’ sul tipo di Rita, ma ha
il viso più tondo ed è tutta su scala ridotta. Misure ridotte dappertutto.
(pyaze pyaze pikkolina, gnik gnikk!) Si presenta, mi chiede come mi
chiamo. Glie lo dico. “Tu suoni il piano, vero? Eri alla trasmissione di Rita
[ma la chiama per cognome] stamattina!”. Ho la sensazione che per ridurre il
costo del palinsesto replichino la stessa trasmissione almeno un paio di volte,
forse anche di più. Insomma, qui continueranno a vedermi per chissà quanto
tempo. Purtroppo non potrò godermi l’effetto coda lunga perché tra poco rientro
in patria. Ri-sigh. L’angelo ed io beviamo un’altra birra. E oggi fanno tre.
Parliamo quasi tutta la sera, prima che i miei compagni mi riacciuffino per la
collottola per portarmi via. Chissà se all’angelo piacciono gli spaghetti. Potrei scoprirlo
facilmente: basta una telefonata. Stavolta il numero ce l’ho.

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