<!– Luja, blogger disincantata –>

Mezzanotte. Lavoro pigramente a un pezzo. La casa non ha pianoforte,
ma ho portato con me una piccola tastiera con la quale è possibile
scrivere speditamente. Squilla il telefono: è Luja. Con voce un po’
impastata mi fa: "vieni da me, dai, ho una bottiglia, hmm, sì, una
bottiglia grande di cognac, è quello buono che ci piace a noi, hehe, sì,
vieni, dai che voglio berla tutta con te stanotte." A giudicare dal
tono, se n’è già scolata più di un po’. Chiamo un taxi e sto aspettando
che arrivi quando ricevo un SMS.

 

Ho cambiato idea.
Non fa niente, ci
vediamo un'altra
volta.Buonanotte.

Lo ignoro.

 

Giungo da lei con qualche difficoltà: ricordo la zona in cui abita,
ma non l’indirizzo esatto né l’edificio né la scala. Dopo la caccia al
tesoro, Luja mi apre la porta. "Fa’ piano, c’è Tina che dorme." Sua
figlia compie sei anni fra pochi giorni e domani ha il primo giorno di
scuola. Per avere un po’ di privacy ce ne andiamo in cucina.

Prima che la parola "privacy" inneschi pensieri pruriginosi, sarà
bene chiarire che siamo solo amici. Luja è una donna molto intelligente,
ancora piacente nonostante abbia superato la trentina, profondamente
frustrata. La conosco ormai da qualche anno e vedo che pian piano si
spegne, si lascia andare, inizia a bere in modo preoccupante. Di solito
non beve quando Tina è con lei; mi sembra che abbia abbandonato questa
remora e la faccenda non mi piace. La bottiglia di cognac è intonsa, ma
a terra ci sono quattro cadaveri di birre da mezzo litro accanto a un
vassoio vuoto di pizza express.

Verso il primo bicchierino a entrambi. "Al nostro incontro", dice lei
con aria solenne. Incomincia a sorseggiare; non butta giù tutto d’un
colpo. E meno male.

Il problema di Luja è che non ha più interessi. Non ha stimoli e non
si aspetta più niente dal domani. Trova soltanto lavoretti inadeguati a
lei, vorrebbe cambiare vita ma non sa come fare; non può. È disillusa
sugli uomini. È disillusa sul proprio futuro. È troppo furba per avere
molte illusioni in generale. Non è esattamente il prototipo della donna
materna; tutt’altro, eppure si è dedicata con diligenza alla figlia e la
tira su in modo esemplare, senza soffocarla né viziarla. Tina è molto
graziosa e ha un’intelligenza vispa, rapida e tagliente. Furba e
versatile più che profonda. Tutta sua madre.

Luja mi mostra un racconto che ha scritto. Mi chiede di leggere a
voce alta e io lo faccio, ma spesso sbaglio a pronunciare e capisco solo
in parte. Lei mi aiuta, mi corregge e mi spiega, traduce. Imparo una
decina di parole nuove. Secondo me il racconto fa schifo; o meglio, non
è un racconto. Ne discutiamo. Lei lo difende. Io giù duro ad argomentare
che secondo me va bene al massimo come pagina di diario o come sfogo
privato. Mentre leggo il racconto, lei è di fronte a me. Non è vestita
da seduttrice, ma certo non siede composta come una ragazza perbene:
intuisco che ha una gonna corta, un bel paio di gambe, delle mutandine
bianche quasi trasparenti e la patatina quasi rasata. Facile da intuire
in quella posa.

Mi riprendo dalle mie intuizioni quando Luja accenna che ha un blog
ma non ha osato pubblicare il "racconto" (insiste a chiamarlo così)
perché teme che venga letto dalla persona per cui l’ha scritto (che non
è il padre di Tina, per quanto ne so). Allora io le rivelo che per la
verità un blog ce l’ho anch’io, e la storia di questa notte la
racconterò certamente. Mi chiede di cosa parla; glie lo dico. Lei è
divertita dalla mia descrizione; interessata, vorrebbe leggerlo. Una
volta studiava italiano a tempo perso, ma ormai al massimo capisce e
risponde a "ciao, come stai". Purtroppo, le dico, hai mollato
l’italiano, scema che non sei altro. Come fai a leggerlo?

Riesco a sottrarle il resto del cognac con uno stratagemma di bassa
lega; lei è furba ma ubriaca e non credo abbia capito che l’ho fregata.
È contenta perché ha parlato con qualcuno che non l’annoia. Mi dice che
l’è venuta voglia di fottere (dice proprio così, saltando dal normale
registro colloquiale a parole tabù). Forse vuole ringraziarmi per il
disturbo? Sorridendo le rispondo che a me le donne ubriache non
piacciono, specialmente non alle quattro di notte in una serata così. La
bacio, le stringo le mani. Chiamo un altro taxi per tornarmene a casa.
Sono le quattro e mezza passate. Tina ancora dorme, meno male: non
l’abbiamo svegliata alla vigilia del primo giorno di scuola.

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