<!– Uomini che odiano le donne –>

Svezia, inizio del XXI secolo. Mikael Blomkvist è un giornalista finanziario
ingiustamente condannato per diffamazione, con difficoltà legali ed economiche. Lisbeth Salander è una geniale hacker con turbe del comportamento, tormentata
dall’oppressivo sistema di assistenza sociale. Henrik Vagner è una specie di
Giovanni Agnelli scandinavo, a capo di un impero dinastico-industriale in
disgregazione. Intorno a questi tre personaggi si dipana una storia avvincente,
raccontata con impeccabile senso del ritmo fra intrighi di famiglia, finanza
criminale e vicende personali.

L’autore del romanzo, Stieg Larsson, è un giornalista svedese che è morto
all’improvviso poco dopo aver lasciato sul tavolo del proprio editore il
manoscritto di una trilogia; il primo è questo Män Som Hatar Kvinnor
Uomini che odiano le donne. È singolare che Larsson abbia prodotto un romanzo
così perfetto senza aver mai scritto narrativa in precedenza. Se i due romanzi
successivi sono anche soltanto passabili, ci sarebbero tutti gli estremi per
definire Larsson un autore-meteora: qualcuno che, pur con una carriera
brevissima, è destinato a lasciare un segno durevole nella letteratura di genere
– un po’ come in altri settori hanno fatto Clifford Brown o Evariste Galois.
Questo romanzo è duro da metter giù una volta incominciato.

Mikael Blomkvist è il mio idolo. Lui certo non è un uomo che odia le donne:
pur con decoro e decenza svedesi (senza quindi mostrare alcuna rattimma),
lui le donne le ama. Ha un rapporto da perfetto equilibrista con Erika, felicemente sposata con un
uomo che accetta senza problemi la relazione (Mikael ed Erika si conoscono da
ben prima che lei si sposasse); né Erika ha alcun problema col fatto che Mikael
abbia altre donne. Ha una ex-moglie con la quale mantiene rapporti civilissimi.
Prima della fine del libro riesce a scoparsi altre due tipe, che ringraziano
sentitamente, senza praticamente muovere un dito. Wow.

Lisbeth Salander è un personaggio ancora più interessante. La sua natura
quasi autistica di disadattata la rende affascinante. L’idea di un investigatore
con disordini mentali non è nuovissima – un esempio recente è Lo strano caso
del cane ucciso a mezzanotte
di Haddon Mark. La differenza è che è difficile
provare per Lisbeth la tenerezza che si prova per il giovane Christopher.
Lisbeth è una lama di rasoio, una molla sempre pronta a scattare; e in un paio
di memorabili occasioni scatta eccome.

Anche la famiglia Vagner è caratterizzata in modo memorabile. Ci sono
ritratti che restano scolpiti nella mente: proseguendo il parallelo con gli
Agnelli, viene da dire “altro che Lapo Elkann”. La redazione di
Millennium, il giornale di Blomkvist, farà sorridere e annuire i lettori
che lavorano nella stampa. Le descrizioni di Stoccolma sono vivide e fanno venire
voglia di visitarla.

C’è da dire che il mio è probabilmente un giudizio di parte perché amo il
genere e considero il filone svedese uno dei più fecondi: Henning Mankell, tanto
per nominare il più famoso, è un maestro. Con questa premessa di possibile
parzialità, mi sento di dire che questo è uno dei migliori romanzi gialli usciti
in questo inizio secolo.

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