<!– Monogamia come virtù –>

Sono stato invitato a cena da Marta (che è proprio una gran donna). Voleva raccontarmi dell’India e consultarmi su una faccenda che forse posso risolverle. In cambio prometteva samosa (calzoni fritti di pasta fillo riempiti con patate schiacciate, piselli e diavolerie), riso pilaf allo zafferano e pollo Tikka masala con un comesichiama di ceci. Cucina dell’India del sud dravidica e Tamil, molto differente da quella ariana e Hindi che in occidente si chiama “cucina indiana” (Tandoori, Madras, Vindaloo e simili). Lo so che sto semplificando, ma il punto qui non è la cucina indiana.

Ho preso la palla al balzo chiedendo se l’invito si poteva estendere . “Ma certo”, ha risposto Marta (che è proprio una gran donna), “altrimenti poi saremmo soltanto io e te.” In realtà poi a metà serata s’è unita un’altra sua amica che ha spazzolato un paio di piatti di riso e due samosa contribuendo anche alla conversazione.

L’ultima volta che ho portato una donna da Marta è stato con la V, dal che avrei anche potuto dedurre che la cosa è sorgente di sfiga. D’altro canto, ormai Teresa non la considero più una donna viabile, quindi perché no? Insomma, col benestare di Marta ho invitato anche Teresa – la quale di recente si sente un po’ snobbata e non se l’è fatto dire due volte. Ci sono stati due episodi divertenti. A un certo punto arriva una telefonata e Marta, che è proprio una gran donna, ascolta, parlotta, poi conclude sempre col suo immancabile sorriso sulle labbra: “grazie del pensiero!” e appena riattaccato, dice “cazzo vuole questo…?”. Incuriosito, chiedo chi sia e lei risponde che è un “morto di seghe”: una telefonata coi sospiri, in altre parole. Non passano neanche due minuti che il telefono squilla ancora; è di nuovo lui. Marta sempre tutta allegra e sorridente gli fa “oh senti guarda qui ci sono degli amici, stavamo facendo una bella chiacchierata e sarebbe scortese isolarmi con te. Se vuoi ti passo in viva voce…”. Non ha più chiamato.

Ancora più divertente è stato l’episodio seguente. Il telefono suona di nuovo, ma è l’amante di Marta; o meglio, uno di essi. Io evito d’indagare su numero e natura dei medesimi, perché poi sarei costretto a ricordare i dettagli per evitare di fare figuracce o metterla nei casini; il pluralismo di Marta, ch’è proprio una gran donna, è noto e notevole. Appena la breve cinguettata termina, Marta mi fornisce tutti i dettagli che non ho chiesto.

“Sto ragazzo è buono e caro”, spiega Marta, “ma quant’è ggelooso! Che palle. Cioè, non è che puoi pretendere che non mi faccio le storie parallele. Io me le sono sempre fatte, eccheccazz, mo’ secondo lui smetto solo perché lui fa il troglodita?” Teresa, che è possessiva fino al punto di essere gelosa delle amiche, allibisce ma non commenta. “Poi a me non piace mai nessuno,” continua
imperterrita Marta (che è una gran donna), “lui mi piace, porc… anche se ha questo difetto, cerco di tenermelo. Magari taccio su qualcosa per non farlo imbestialire, ma comunque lo deve sapere come sono fatta. Pretende la monogamia, tsè…”. Teresa non ce la fa più a tacere: “ma lui È monogamo?”

Tsk, tsk, Teresa… se fai una domanda stupida a Marta poi devi
accettarne le conseguenze. “Ma che ne so”, risponde Marta, “non me ne frega un cazzo. La sua monogamia me la impone e sbatte in faccia ogni momento. Se avesse altri pregi sarebbe meglio.”

Teresa non ha più osato aprire bocca sull’argomento, ma ogni tanto durante tutta la serata mi guardava di sottecchi. Scommetto che ricordava benissimo quando, tempo fa e a quattr’occhi, le ho detto le stesse parole.

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