<!– Colleghe e altre intoccabili –>

Ieri ho suonato in una vineria di tendenza con un bel quintetto. È uno di quei posti con ambizioni (giustificate) di cucina raffinata, forno speciale da non so quanti euri, abbattitore di temperatura, pompa a vuoto per le bottiglie aperte e altre diavolerie. Il locale era piacevolmente pieno. Niente pianoforte (seh, figurati) e c’è voluto il patto col demonio per trovare parcheggio, ma questi sono i soli due punti negativi della serata.

A Teresa non ho detto niente; è un periodo che la sopporto malvolentieri, vampiraccio emozionale che non è altro. Meglio così,
perché il locale trasudava figa di secondo pelo (ma prima classe) e la mia possessiva amica-solo-amica mi avrebbe reso la vita impossibile.

C’erano un paio di donne mai viste prima alle quali ho lasciato attaccato un pezzo di cuore (azz, mo’ se chiamma core?). In effetti non conoscevo quasi nessuno nel pubblico, tranne un tavolo di amici che erano venuti apposta. Fra tutte le presenti, una menzione speciale la merita Irene, che non era certamente la più bella ma per me una delle più attraenti. Ci conosciamo (male) da una decina d’anni.

Irene m’è piaciuta sin dalla prima volta che l’ho vista. Sorriso smagliante, fisico che ancora regge (dieci anni fa era davvero un bijou, piccolina e con tuttissime le sue cosine al posto giusto), spiritosa, femminile, da poco single bisognosa di consolazione… e cantante. Sigh. Sigh. Sigh, sigh. Ciò la rende una collega, quindi intoccabile. Ho raschiato il fondo dello sconforto quando dopo il concerto m’è saltata al collo: “Juan! Che bello! Sei meraviglioso, e come sei stato bravo!” stringendosi tutta mentre mi sbaciucchiava. Juanito ha incominciato subito la danza della pioggia e io avevo paura che Irene se ne accorgesse. Lei tutta “Domani andiamo in quel posto blabla, dai dai dai perché non vieni con noi?” e io a tutto a cincischiare “mh, beh, domani mi sa che non posso, peccato, uh, pff…”. È duro essere ligi (duro, gnikk).

Al tavolo d’amici c’era anche R., un bravo pianista – non è una star ma ho molta stima di lui. È un bravo ragazzo, non particolarmente attraente come uomo ma con una donna abbastanza da urlo, della quale non ricordo mai il nome. L’ho salutata che era ancora incappottata e cercavo di dissimulare la dimenticanza: “ciao, come va?”. E lei, intelligente oltre che yum-yum: “ciao, Juan. Mi chiamo E., sono sicuro che non ti ricordi il mio nome…” Io segretamente ringraziavo, mentendo spudoratamente: “ma no, cosa dici?”. Più tardi, noto questa tipa procacissima seduta da sola a un tavolo che mi guarda e mi sorride; mi accosto e mellifluo dico: “ci conosciamo, vero?”; e lei risponde “sono E., (enfasi) la compagna di R.“, ma sempre con un sorriso cordiale. “Mi sono tolta il cappotto”, aggiunge, in preda a un’ulteriore intuizione da veggente. Stavolta io non riesco a nascondere l’imbarazzo: “uh ehm, senza cappotto sei molto più bella”, farfuglio.

Fra l’altro abbiamo mangiato molto bene – ci hanno offerto un controfiletto cotto au point (né al sangue né ben cotto) e abbondante vino rosso laziale del quale al momento mi sfugge il nome (ne avrò bevuto troppo?). Quattordici gradi insospettabili, vellutati e vinosi.

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