<!– Addio, Rebecca –>

Rebecca, the best cat ever.

Sabato mattina. Poltrisco a letto, ho da suonare in serata e posso prendermela comoda fino al pomeriggio inoltrato. Bussano alla porta. M’infilo qualcosa che non spaventi nessuno. Vado ad aprire.

Una ragazza di una ventina d’anni che non ho mai visto prima mi fa: “scusa, non ti ho mica svegliato?”. No, la rassicuro, già sveglio, altroché (ehm). “No, perché, sai… quella gattina grigia…”. Tuffo al cuore. In un istante ho già capito tutto. “Dov’è?” chiedo. “No, sai, … è tua, vero?” la ragazza è imbarazzata, non sa continuare. Taglio corto. “Dov’è ora?”

La ragazza ha pudore a dirmi chiaro e tondo che Rebecca è morta, ma non serve. Seguo le sue istruzioni e raggiungo il posto. È vicino: Rebecca non era una grande esploratrice. La mia piccola bambina giace come se dormisse; solo qualche formica indaffarata sul musino tradisce la cruda verità.

Non si capiscono le cause della morte. Il corpo appare integro; non ci sono versamenti di fluidi o bava alla bocca. Forse una macchina le è passata sopra? Escludo abbia mangiato roba velenosa: era una gatta prudente e posata. Rifiuto di credere che qualcuno l’abbia avvelenata apposta.

Torno a casa senza muovere il corpicino. Mi sparo un caffè, due sigarette, me la prendo comoda. Mi cambio in abiti più accettabili, torno col motorino. Voglio rivederla, magari farle una foto, prendere il corpo e portarlo via da quell’asfalto. Ma il corpo non c’è più.

Non avrò mai un’altra gatta come te, Rebecca. Spero che tu abbia ogni giorno alici fresche – e croccantini la domenica. E qualcuno con delle gambe accoglienti che ti gratta dietro le orecchie mentre lavora al computer.

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