<!– Freakonomics –>

Un economista fuori dai ranghi illustra il lato nascosto della vita
quotidiana. Steven D. Levitt, assistito dal giornalista Stephen J. Dubner,
interroga i dati per rispondere a domande che nessuno ha mai posto prima. Cosa
hanno in comune i lottatori di sumo e gli insegnanti? Imbrogliano. Perché gli
spacciatori di crack vivono ancora con le loro mamme? Perché sono poveri in
canna, tranne quelli al vertice; un po’ come succede da McDonald. Qual è stato
il principale fattore che ha fatto scendere il tasso di criminalità negli Stati
Uniti? La legalizzazione dell’aborto. È più pericoloso avere in casa una pistola
o una piscina? Una piscina, ovviamente. Gli agenti immobiliari hanno davvero a
cuore l’interesse del proprio cliente? Neanche per sogno; I dati parlano
chiaro.

Avevo già leggiucchiato questo libro qualche anno fa; ne avevo trovato una
versione e-book taroccata, ma si sa che non è la stessa cosa: quando l’ho
intravisto su uno scaffale, il suo richiamo s’è fatto irresistibile e in quattro
e quattr’otto sono diventato felice possessore di una legittima copia
cartacea.

Le questioni affrontate in Freakonomics non sono “economia” in senso
ortodosso; la metodologia però lo è. Il concetto di incentivo viene esteso e
include non solo premi o penalità monetarie, ma anche considerazioni di
carattere sociale e altre forze che influenzano il comportamento dell’homo
economicus in quanto massimizzatore del proprio profitto in senso lato. Non ci
sono illazioni in questo libro. Il bello è che si tratta di studi rigorosi,
basati sempre su dati reali. È scorrevole e divertente da leggere, privo di
qualsiasi barbosità. Una volta finito ci si sente più furbi e si ha un punto di
vista nuovo su aspetti della realtà ai quali non avevamo mai pensato in questi
termini. Non è difficile prevedere una brillante carriera accademica per il
giovane Levitt.

Mi è piaciuto in particolare il capitolo dedicato ai nomi che si danno ai
bambini. Qui si mostra, dati alla mano, come i nomi preferiti dalle classi
sociali inferiori siano in buona parte gli stessi che erano di moda nelle classi
superiori qualche anno prima. Anche la spiegazione della distinzione fra nomi
“da neri” e nomi “da bianchi” è gustosa: nessun bianco si sognerebbe di usare
nomi come DeShawn o Shanice (o Barack, s’è per questo – almeno non fino ad
oggi). Armato di affilati strumenti statistici, Levitt azzarda una classifica
dei probabili nomi più popolari nel 2015. La lista comprende per le ragazze
Annika, Aviva e Maya, e per i ragazzi Aidan, Finnegan e Sumner.

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