<!– Dance Dance Dance –>


Viviamo in una società capitalista avanzata, dopotutto. Lo spreco ne è il
fondamento e la prima virtù. I politici lo chiamano “miglioramento dei consumi
interni”. Io lo chiamo spreco immotivato. Una questione di punti di vista che
non cambia il modo in cui viviamo. Se non mi sta bene, posso sempre andarmene in
Bangladesh o in Sudan.

Personaggi: tre squillo di lusso, fiscalmente detraibili e con nomi di non
più di quattro lettere; una fotografa con il vizio di sprecare le sigarette; un
attore di successo condannato a una vita sfavillante che in fondo non desidera;
una tredicenne spaventosamente affascinante che si divide tra musica rock e
visioni da medium; un poeta che affetta il pane divinamente senza usare né il
braccio sinistro (che non ha) né i piedi (che invece ha entrambi); una giovane
receptionist d’albergo che ama il proprio lavoro e non disdegna le lezioni di
nuoto né i bloody mary; un uomo vestito di pelli di pecora che fa più o meno il
centralinista, ama le temperature polari eparlainmodomoltostrano (almeno nella
versione inglese e forse in quella italiana, ma non nell’originale); un famoso
scrittore senza talento ma con un sacco di soldi che pensa di risolvere tutto
con il proprio denaro e qualche puttana omaggio (ricorda qualcuno?) e ha un nome
che è l’anagramma di “Haruki Murakami”; un protagonista-narratore senza nome,
capace di accroccare o-chazuke
e altre delizie in quattro e quattr’otto, che essendosi scopato
tutte e tre le supersquillo si accompagna con la tredicenne (però non se la
scopa – è un libro per famiglie, mica Nabokov), ma non si lascia scappare la
receptionist e comunque se la prende con Boy George perché “è grasso, è gay e
non sa cantare”.

La storia si svolge tra Sapporo, Hawaii e Tokyo – dalla casa del protagonista
a Shibuya a un esclusivo locale di Roppongi. Ci sono le lattughe addomesticate
di Kinokuniya, i Talking Heads, Schubert e Coltrane, il disprezzo per il
capitalismo senza freni (la citazione iniziale è solo una delle tante), Kafka,
una Subaru che tutti amano e una Maserati che invece non piace a nessuno, due
piedipiatti coi fiocchi e mille altre cose che non nomino per non trasformare
questo post in un elenco di elenchi.

La copertina della mia copia riporta uno stralcio dall’Observer:


Se Raymond Chandler avesse vissuto abbastanza da vedere Blade Runner,
avrebbe potuto scrivere qualcosa come Dance Dance Dance.

Con tutto il rispetto per Murakami – e per l’Observer, che fra l’altro è
il mio giornale della domenica preferito – eh no, non vale. Non serve scomodare
Chandler per dire che questo è uno di quei libri che rimangono dentro. Forse
dice meglio il Guardian (praticamente il fratello quotidiano
dell’Observer) quando coraggiosamente azzarda:

Probabilmente Murakami è già uno dei più grandi romanzieri viventi.

Il che, sì, lo accomunerebbe a Chandler, se fosse anche lui in vita.

L’aspetto più notevole di Dance Dance Dance è il senso del ritmo.
Niente si protrae più del necessario e la continuità narrativa è impeccabile –
quando c’è un cambio di scena, la conclusione di un capitolo contiene in germe
l’incipit del successivo. La neve fa spesso capolino – neve culturale e neve
sessuale da spalare – e anche la tredicenne si chiama Yuki (neve, per
l’appunto). La musica è un altro elemento importante: gli ascolti del
protagonista e quelli di Yuki si contrappongono e spesso si sovrappongono. Ciò
mi ha fatto riflettere: sono finiti i tempi in cui la musica leggera
contemporanea poteva mettere d’accordo una tredicenne e un uomo vent’anni più
anziano di lei. Il romanzo è del 1988 e la tredicenne Yuki ascoltava i Roxy
Music, i Rolling Stones, Bob Marley, gli Styx, David Bowie. Oggi che Yuki ha 34
anni – esattamente l’età del protagonista all’epoca dei fatti – chissà cosa
ascolta. Come vorrei conoscerti, Yuki.

La traduzione inglese di Alfred Birnbaum è davvero notevole. Non ho certo
affrontato Dance Dance Dance in lingua originale, ma avendo un’idea di
come funziona il giapponese, so che il traduttore ha fatto i salti mortali
carpiati all’indietro con doppio avvitamento per produrre la prosa oliata e
sbarazzina che ho letto. Altro che spalare neve.

Ho aperto il post con una citazione che espone il punto di vista del
protagonista sul mondo di oggi; chiudo con la citazione che mi ha colpito di
più.


Ognuno raggiunge il proprio picco in modi differenti. Ma chiunque tu sia, una
volta che sei in cima, è una discesa continua. Nessuno può farci niente. Quel
ch’è peggio è che non lo sai dov’è quel picco. Pensi che stai andando forte,
quando tutt’a un tratto hai superato la linea invisibile. Qualcuno arriva alla
vetta a dodici anni, e da quel punto in poi ha una vita insipida. Qualcuno
continua a salire fino alla morte; qualcuno muore in cima alla propria vetta.
Alcuni poeti e compositori hanno vissuto come furie, premendo sull’acceleratore
in maniera così spasmodica che a trent’anni erano belli e finiti. E poi ci sono
quelli come Picasso, che a ottant’anni suonati era ancora un innovatore.

素晴らしい、村上さん。


Come gran parte dei lettori italiani, ho conosciuto Haruki Murakami con
Tokyo Blues, quando secoli fa la mia amica yamatofona me ne regalò la
prima edizione italiana. Sarà più di un anno che ho comprato Dance Dance
Dance
, ma la pila di libri sul mio comodino non ha alcuna voglia di
assottigliarsi, e poi per qualche motivo misterioso i saggi vanno via sempre
prima dei romanzi; ma alla fine questo romanzo è uscito dal limbo e mi si è
travasato nel cervello nello spazio di pochi giorni. Credo ci resterà per un bel
pezzo.

A proposito di Tokyo Blues, il suo titolo originale è Noruwei no mori [ノルウェイの森]. La traduzione italiana
più recente ha come nuovo titolo Norwegian Wood, canzone dei Beatles in
cui si narra di una ragazza che prende il volo. È proprio la canzone che ha
ispirato il titolo giapponese, che però è approssimativo come solo i
giappinglesi sanno essere: in inglese, wood può significare sia
legno, sia bosco, mentre in giapponese mori significa soltanto
bosco (anzi, per la verità è proprio una foresta grande e fitta); però
nella canzone wood significa sempre e soltanto legno; chissà quella
foresta da dove viene fuori. ノルウェイの木材 (Noruwei no
mokuzai)?

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