<!– In movimento –>

Parto da Napoli. Mi procuro la cena con una sosta dal kebabbaro di fronte alla
CGIL. Fantasticando, mi chiedo che aria avrebbe un sindacalista in vacanza. Il
kebabbaro è halal, pfui: niente birra. Risolvo grazie al provvidenziale cinese,
mercante senza dio e senza vincoli anti-birra che esercita poco distante.

L’ultimo caffè propriamente detto lo prendo in un bar abbastanza equivoco,
proprio di fronte alla stazione. Una mignotta mi scavalca, chiede scusa, ordina
uno stravecchio. Il barista lo versa scuotendo la testa. Appena lei si allontana
con il bicchiere in mano, mi serve il rituale bicchiere
d’acqua
pre-caffè e lanciando uno
sguardo di disapprovazione ma non privo d’affetto verso l’attempata professionista mi
borbotta: "chella nun ha manco fernuto ‘e se fa’ na
marchetta, e già abbìa a s’a vevere…"
[quella non ha neanche finito di
farsi una marchetta che già incomincia a bersela].

Mi avvio al treno, prendo posto. Partenza in perfetto orario. Pesco dalla mia
capiente borsa un attrezzo adatto e stappo la birra da muratore (660 ml in vetro
marrone; niente strane marche straniere). Mentre spilucco il kebab, lasciando
gran parte della generosa porzione di pane, sorseggio la birra, sorseggio
indolente e guardo fuori dal finestrino. Mi aspettano abbracci e baci, litri
d’acqua e un piatto di mezze maniche pesto e pomodoro.

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