<!– Sesso e temperamento –>


Margaret Mead - Sex and Temperament in Three Primitive Societies

Mi sono avvicinato a Margaret Mead dopo aver letto con interesse Gregory
Bateson, come lei studioso d’antropologia e incidentalmente di lei anche terzo e
ultimo marito.

A parte il legame cultural-personale con Bateson, un titolo come Sesso e
temperamento in tre società primitive
semplicemente non poteva
lasciarmi indifferente. L’atteggiamento che le culture meno stratificate della
nostra hanno nei confronti del sesso e delle differenze sessuali può essere
fonte d’illuminazione per le mie esplorazioni nella disciplina che chiamo con
leggera improprietà “etologia”. La chiamo così per non dimenticare che in fondo
siamo mammiferi: animali a sangue caldo che allattano la prole e geneticamente
differiscono abbastanza poco dai bonobo – o dai topi, s’è per
questo.

Il libro descrive tre comunità in Nuova Guinea. Questo paese offre una
varietà di culture, lingue e varietà sociali che non è uguagliata altrove.
Alcuni luoghi in Africa avevano una varietà del genere, ma le barriere
geografiche non hanno retto molto e ora tutte queste differenze non esistono
più. In Nuova Guinea invece l’ambiente impervio ha tenuto i vari gruppi separati
e la scarsità di risorse, insufficiente ad attirare i predatori occidentali,
ha fatto il resto. Le tre comunità sono vicine nello spazio: tutte e tre si trovano
nel raggio di un paio di centinaia di chilometri, ma le differenze culturali
sono molto accentuate; per esempio, le lingue parlate non sono reprocicamente
intelligibili.

I miti Arapesh, i fieri Mundugumor (cannibali, finché il governo neozelandese
non è intervenuto negli anni ’60) e gli artistici Tchambuli esemplificano tre
modelli assai lontani di essere umano, che intendono i legami sessuali e i
rapporti sociali fra i sessi in maniera totalmente diversa.

Per gli Arapesh, il desiderio sessuale come forza trainante dell’umanità
semplicemente non esiste. Le personalità ideali e i ruoli dell’uomo e della
donna sono quasi identici, pur con qualche inevitabile distinzione. La vita è un
ricco intreccio di relazioni interpersonali fra familiari, fra famiglie e fra
clan. L’unico vero lato oscuro della vita viene da “quelli delle pianure”, una
tribù di stregoni che se trovano qualche tuo residuo organico (compreso cibo
masticato e non ingerito) possono usarlo come ingrediente indispensabile per la
magia nera perpetrata ai tuoi danni – e lo fanno anche per conto terzi, quindi
occhio ai noccioli che sputi e a dove fai i tuoi bisogni. Se qualcuno t’ha preso
d’occhio può andare da quelli delle pianure e allora sei fritto.

Presso i Mundugumor, il desiderio sessuale è invece considerato uno dei
motori del mondo: le donne si rapiscono e il sesso più bello è quello rubato
illecitamente nella foresta. Persino dopo un legittimo martirimonio, capita
spesso che, anziché rimanere nella capanna per rotolarsi un po’ al riparo della
rete anti-zanzare, una coppia decida di “andare a raccogliere legna”: c’è
parecchio più sfizio anche per lei. Le personalità tipiche di uomini e donne
sono simili, ma i ruoli rigidamente separati. Fra le tre società in esame i
Mundugumor sono quelli in cui i ruoli ricordano di più la nostra tradizione
patriarcal-maschilista: l’uomo è assertivo, usa la forza, non ha che nemici e
deve combattere per ogni cosa. La donna ha una personalità simile e anche per
lei la vita è una guerra continua. Una volta superata l’età fertile, per lei
però c’è solo dolore e difficoltà.

I Tchambuli hanno una struttura sociale abbastanza insolita: le mogli si
comprano, e quindi in teoria il maschio è padrone assoluto; eppure, sono le
donne a detenere di fatto tutto il potere sociale ed economico. Gli uomini
rimangono in una condizione d’insicurezza e dipendenza psicologica fino all’età
in cui possono accedere alla “casa degli uomini” (una specie di club di ballo) e
infine comprare una moglie. Per tutta la vita si guardano sempre un po’ in
cagnesco fra di loro, mentre le donne crescono in un rassicurante ambiente
familiare e rimangono per sempre compatte e solidali fra di loro. L’uomo è
emotivo e sensibile; si addobba e balla in occasione delle feste, poiché
compiacere il pubblico, specialmente femminile, è il suo principale scopo nella
vita. Un po’ come una “femmina”, se vogliamo. La donna al contrario ha una
mentalità pratica e pensa a mandare avanti la famiglia estesa (in effetti si
tratta di clan con rapporti incrociati di cuginanza) e quindi la società. Il
desiderio sessuale è riconosciuto come un aspetto fondamentale della personalità
femminile; non così per gli uomini, che sono spesso riluttanti e acconsentono e
certe cose soltanto per compiacere la propria compagna.

Tralascio i dettagli pittoreschi che possono colpire la fantasia in modo
immediato. Il punto che ho trovato più interessante è la differenza fra le tre
norme sociali: “uomo normale” e “donna normale” sono espressioni con
significato radicalmente diverso per le tre comunità. Il fatto che non ci sia
praticamente alcuna differenza genetica fra le tre popolazioni indica come la
società, con i suoi condizionamenti e le sue aspettative, possa plasmare lo
stesso materiale umano verso un ideale totalmente relativo. Il tasso di
disadattati sociali (persone che per la propria natura non si prestano o non
riescono ad aderire alla norma) è simile nelle tre comunità. La vita che i
disadattati conducono è invece assai diversa: meno piacevole per chi ha la
sfortuna di essere un disadattato Mundugumor; quasi tollerabile (beh, dipende)
per chi nasce e cresce troppo aggressivo fra gli Arapesh; abbastanza dura per un
uomo Tchambuli che abbia un desiderio sessuale che noi definiremmo
“normale”.

Il punto debole del libro è l’ultimo capitolo, dove l’antropologa tenta di
piegare questi studi alle sue idee protofemministe ancora un po’ primitive – mi
si passi il termine ormai politically incorrect, che peraltro anche
l’autrice usa senza remore nel titolo. Erano altri tempi: quando i Mundugumor
ancora organizzavano spedizioni di caccia nei villaggi vicini e mangiavano carne
umana.

Questo non è il libro più famoso di Margaret Mead; la sua opera più celebrata
è probabilmente Coming of Age in Samoa, che mi sono affrettato a ordinare
e leggerò a breve.

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