<!– Galeotto fu il kanji –>

Appena la vedo, capisco che è giapponese. È qualcosa nel suo sguardo, oppure il
suo modo di ridere. Non sta parlando con nessuno; posso irrompere senza
interrompere. Mi avvicino immediatamente.


日本人ですか。

Nihonjin desu ka?

[È giapponese?]


(pausa; intanto mi scruta.)

うん。

un. (annuendo).

[a-ha.]


前は日本語が出来ましたが、

Mae wa nihongo ga dekimashita ga,

[Prima lo parlavo benino il giapponese,]


もう使わなくてから、ほとんど忘れてしまいました。

mou tsukawanakute kara, hotondo wasurete shimaimashita.

[ma ora non lo uso mai e ho dimenticato quasi tutto.]


でも、練習したいんです。

Demo, renshuu shitai ndesu.

[Mi piacerebbe fare pratica.]


日本語で話させてまらえますか。

Nihongo de hanasasete moraemasu ka.

[Mi farebbe il grande piacere di farmi esercitare?]


(silenzio)


ちなみに、フアンといいます。

Chinami ni, Juan to iimasu.

[A proposito, mi chiamo Juan.]


お名前は?

O-namae wa?

[E lei?]


(silenzio)


大丈夫?分かる?

Daijoubu? Wakaru?

[Va tutto bene? Mi capisci?]

È così che ho conosciuto Takami. È una studentessa. Non riesco a darle un’età.
Potrebbe avere qualsiasi età dai venti portati male ai trenta portati bene, il
che comprende anche i trentacinque. Carina, bel sorriso, abbastanza alta,
tettine e culetto a norma di legge.

Continuiamo a parlare per una buona decina di minuti in cui lei m’illustra i
kanji con cui si scrive il nome: “bellezza preziosa” – te pareva. Io fatico un
po’ con la ruggine linguistica: devo pensare a ogni parola prima di dirla, e
sotto stress suggerisco che è un po’ scortese sottrarla ai suoi amici italiani
(che poi è uno solo e ha una discreta faccia da imbecille), così passiamo
all’italiano. Ancora poche battute e concludo chiedendole se mi promette che mi
offrirà un’altra conversazione. “Con piacere”, risponde.

Non vedo l’ora di riprendere a studiare il giapponese.

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