<!– Il musicista che rimorchia –>

Ho appena finito il mio seminario di armonia e musica d’insieme a una
decina di musicisti in erba assortiti. Li ho conquistati: si sono
divertiti, mi sono divertito. Sto pregustando il
saltimbocca broccoli e salsiccia
che m’ingollerò a breve con gli altri insegnanti della scuola, accompagnato
magari da un aglianico novello senza etichetta, quando suona il telefono. È Anna, amica e collega di
lungo corso.

Anna ha un problema urgente da risolvere: aveva una serata in questo locale
napoletano figo del Vomero, in quartetto con tre jazzisti romani. Questi però
sono bloccati dal maltempo impietoso
che attanaglia l’Italia in questi giorni e proprio non possono venire. Il
locale è pieno, il padrone insiste: “the show must go on”.

I soldi non sono malissimo, ma io sono da tutt’altra parte e mi aspetta una
settantina di chilometri fatta di corsa. “Dai, corri”, insiste Anna, “c’è un
piano a mezza coda niente male. Non devi portare niente.”

“Mah, Anna, io ‘sti pezzi che fai coi romani non li so mica tutti…” cerco di
difendermi. “Poi sarebbe un duo? Solo piano e voce?”

“Non c’è problema”, mi rassicura. “Questa la sai, no? Beh, solo che io la
faccio in Fa. Questa e quest’altra l’abbiamo suonate una vita intera… poi dai,
per il resto figurati se non troviamo una quindicina di pezzi da fare
all’impronta”.

“Uhmm… vedi se c’è qualcuno in zona”, rispondo. “Se non trovi nessun altro,
OK, ti paro io il culo.”

Dopo neanche dieci minuti mi richiama: “Trovato nessuno. Vieni, su; devi
arrivare qui per le dieci e mezza”.

L’idea di correre a duecento all’ora con ghiaccio e neve in agguato non mi
appassiona. “Prima delle undici non ce la faccio”. Neanche questo scoraggia
Anna, che interpella il padrone del locale e incassa l’OK per l’orario.

Arrivo prima del previsto; il Vomero è quasi deserto e trovo persino
parcheggio a meno di 100 metri. Non ci credo.

Nel locale fa un freddo boia; si vede che da queste parti non hanno ancora
inventato il riscaldamento. Le dita non si muovono. Mi faccio dare un boccale
d’acqua bollente da usare come scaldamani. Concordo rapidamente un repertorio di
massima con Anna. Suoniamo. Io sono libero e ispirato. Non sono un grande, ma
accompagno come se lo fossi, nonostante non suoni questa roba da mesi. Anna
apprezza che io segua ogni dinamica, anticipi i suoi rallentando e sottolinei i
silenzi con delle note e le note drammatiche con dei silenzi. Conosco i miei
polli.

Anna è insolitamente spiritosa al momento di annunciare i pezzi. M’interpella
pubblicamente e il nostro dialogo sembra sceneggiato, infarcito com’è di battute
e citazioni. Attacco un pezzo nella tonalità sbagliata – non abbiamo neanche una
scaletta scritta, è impossibile ricordare tutte le tonalità! Lei se ne accorge
ancora prima d’intonare la prima nota – ha le orecchie che funzionano – e nasce
una gag gustosa. Cambio tonalità al volo e incominciamo.

Il pubblico, all’inizio un po’ distratto, smette di vociare all’inizio
del terzo pezzo e ascolta rapito. Noto un tavolo con tre donne in fiore:
guardano Anna. Noto un tavolo con due tardone: guardano me, e in un modo che mi
fa rabbrividire più della temperatura polare nella sala riscaldata male.

Arrivati agli ultimi due pezzi non ce la faccio più, fiaccato da fame e
freddo. Nessuno se ne accorge; ormai sono conquistati.

Insomma in un giorno solo ho conquistato il pubblico due volte; ma al
seminario erano tutti uomini, mentre al concerto nessuna delle ben TRE donne
viabili che erano presenti mi ha degnato d’un’attenzione. Un altro episodio per
sfatare il mito del musicista che rimorchia. Mentre mi metto in macchina per
tornare a casa, rimpiango il saltimbocca.

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